domenica 9 ottobre 2011

IL VILLAGGIO DI CARTONE DI ERMANNO OLMI

Il film, come altre pellicole di questo momento (si vedano “Cose dell’altro mondo” o “Terra ferma” se pur con altri accenti) affronta il tema dei migranti che arrivano nel nostro Paese.


Sono questi i soggetti che Ermanno Olmi vede come i più emarginati del nostro tempo e che mettono alla prova la nostra capacità di esprimeresolidarietà dimostrando di saper andare oltre il nostro piccolo orizzonte.
C’è grande spiritualità in questo film dalle luci quasi caravaggesche.
Lo scenario  è quello di una chiesa in cui si sta eliminando tutto: quadri, arredi, addobbi e perfino un grande Crocefisso in quanto l’edificio deve essere dismesso.  Il parroco alquanto smarrito osserva ciò sta avvenendo quasi la cosa fosse una metafora dell’inutilità della Chiesa. Poi però, all’arrivo di profughi che con le poche panche rimaste e alcuni cartoni danno vita ad una sorta di villaggio, egli sente nuovamente che il tutto riacquisisce senso.
Quello che fu un luogo di  cerimonie e simboli in gran parte indebolitisi, diventa lo spazio in cui ilmistero di Dio decide di manifestarsi attraverso gli sguardi di uomini e donne ridotti alla condizione più misera.
Uomini e donne percepiti dai più come degli usurpatori del proprio spazio vitale, della propriaidentità culturale e che invece si rivelano apportatori di nuova linfa e di nuove sollecitazioni spirituali ed etiche innescate da nuove occasioni per interrogarsi.
Ne consegue, per il parroco, una forza capace di tener testa anche alle assurdità  della burocrazia  e della legge in genere.
Si tratta di una alta lezione per la nostra società così disgregata, che se, da una parte, sembra suggerire solo di ritornare a valori propri della Chiesa delle  origini, dall’altra, ci dice di cercare soluzioni, con le nostre risorse di uomini moderni, che rispondano alle istanze fondamentali dell’essere umano di tutti i tempi.
Cast: Michel LonsdaleRutger HauerAlessandro HaberMassimo De FrancovichEl Hadji Ibrahima Faye. Durata 87 minuti. In uscita il 7 ottobre prossimo.



venerdì 9 settembre 2011

COSE DELL'ALTRO MONDO

Certo, a tutti piacerebbe un quadretto idilliaco in cui sono presenti e si iscrivono solo eventi che corrispondono al proprio gusto, al proprio immaginario.
Ma la realtà è la realtà.



Quanti di noi, almeno una volta, non hanno provato un moto di fastidio per essere stati importunati dal venditore o dal lavavetri di colore, anche senza essere razzisti? Tutti avevamo immaginato, grazie al tenore di vita visto crescere negli anni ’60 e ’70, il giorno del definitivo superamento generalizzato delle condizioni di marginalità così “antiestetiche”, così scomode e, perché no, così sgradevoli. Questa prospettiva conteneva un solo errore: limitarsi al nostro Paese.

C’è invece la gran parte del mondo a spese della quale l’Occidente è andato avanti e grazie alla quale ha potuto crescere.
Ora questa parte cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Perché il mondo è uno. E’ uno in modo più evidente grazie alle connessioni rese possibili proprio dal progresso tecnologico occidentale dovuto all’opulenza conseguita a spese del sud del mondo.

Francesco Patierno, rendendo in immagini i mugugni e i desideri di tanta gente e di tanti politici ansiosi di restituire l'Italia agli italiani rappresenta nel film "Cose dell’altro mondo" coloro che non hanno compreso questo meccanismo. 

Diego Abatantuono interpreta un grintoso e arrogante industriale del nord est che dalla sua tv predica infatti il ritorno a casa di chiunque non abbia sangue italiano. Valerio Mastandrea, un poliziotto romano, è d'accordo con questa visione per ragioni personali poiché la sua ex è incinta di un uomo di colore.
Ma un giorno succede quello che viene auspicato nel sogno di questi nostri emblematici connazionali: scompaiono i badanti, gli anziani vagano abbandonati, le fabbriche e le scuole si svuotano, bar e ristoranti perdono i pezzi. Gli "altri" non ci sono più, siamo rimasti solo "noi".

Che dire, sembra una punizione dantesca.
Hai voluto esageratamente questo? Te lo do al massimo grado e per sempre.

Sarebbe meglio prendere le differenze etniche come si prendono le diversità di colore di capelli e di occhi fra i cosiddetti Italiani d.o.c.
Capisco che si possa avere poche cose in comune con persone così diverse, ma anche fra Italiani si può avere poche cose in comune: la squadra del cuore o addirittura la stessa passione per il calcio, il partito politico, il mare o la montagna, la propensione a pagare le tasse o meno.
Tutto sommato, fino ad ora,  siamo stati molto più tolleranti verso chi non paga le tasse che verso gli immigrati.
Non saremo fessi?
Mah, cose dell’altro mondo!


martedì 30 agosto 2011

BIDONATI EX SOLDATI E LAUREATI

La manovra di governo per cercare di adeguare l'Italia ai parametri dettati dell' Unione Europea ha deciso di rendere non utilizzabili, ai fini del raggiungimento dell' anzianità contributiva necessaria per andare in pensione, i contributi da servizio militare e quelli da riscatto della laurea.



E' una beffa per chi ha servito la Patria e per chi ha investito su se stesso cercando di dotarsi di requisiti culturali migliori.

Viene da pensare che coloro che servivano la patria senza farsi raccomandare per schivare la leva e coloro che si consumavano il sedere a studiare sono stati ritenuti soggetti che danno buone garanzie di essere persone disciplinate che oggi non faranno gazzarre davanti a Montecitorio o a Palazzo Madama.

Si dirà: da qualche parte dovevano pur colpire, non può essere che ogni categoria presa di mira abbia sempre qualcosa da ridire.
E' vero, però la scelta è stata fatta passare come se si trattasse di togliere un privilegio a chi veniva mandato prima in pensione  praticamente gratis.
E questo non è vero.

Sul servizio militare si deve osservare che un tempo si diceva che fosse un anno perso per la vita lavorativa di un giovane. E ciò sembrava un po' qualunquistico e di scarso senso civico. Ci si consolava considerando che almeno però serviva ad andare prima in pensione. Se pensiamo che era "una proposta che non si poteva rifiutare", era un buon compromesso che oggi si rescinde unilateralmente.
Dunque il messaggio che si manda è: avevano ragione i qualunquisti, ebbene sì, era un anno perso per la vita lavorativa.

Sulla laurea, le obiezioni hanno un fondamento ancora più consistente.

La laurea non è sacro dovere del cittadino come la naja, però per riscattarla ai fini della pensione si paga (per la naja comunque si pagava fino all'87). E si paga tanto!
Questo dovrebbe essere un argomento più comprensibile alla nostra classe dirigente alla quale, come è noto, argomenti più raffinati sfuggono.

Inoltre, già durante gli anni di università lo studente ha pagato tasse universitarie e comprato libri gravati, come ogni bene, dall'IVA. Perché far passare la sua andata in pensione con alcuni anni di anticipo come una furbata, come un regalo elargito da uno Stato non abbastanza rigoroso?
In qualsiasi rapporto negoziale non si cambiano le carte in tavola uliateralmente depotenziando, in corso di applicazione dell'accordo, la prestazione a cui ha diritto un contraente per quel che ha versato.

Sarebbe come se una Compagnia di Assicurazione Auto mi dicesse: amico mio, hai pagato il premio per la Responsabilità Civile e quello per il furto, ma oggi, per problemi gestionali miei, ti indennizzo solo se fai un tamponamento, mentre se ti fregano la macchina ti attacchi. Ah, ma naturalmente i soldi che mi hai versato per tutte e due i rischi me li tengo".
Non sappiamo quanto sopravviverebbe un Compagnia del genere...

Con dei buoni avvocati, chi alla luce delle nuove norme non veda l'utilità del riscatto laurea ai soli fini della misura della pensione che prenderà più tardi di come immaginava quando pagò, potrebbe agire in giudizio per la restituzione di quanto versato agli enti previdenziali. In fondo la sua era stata una libera scelta sulla base delle prospettive che venivano offerte in quel momento. Se tali prospettive non vengono più offerte, le più elementari regole negoziali devono consentire la revisione di quanto pattuito in tema di obbligazioni reciproche.

Dovrebbero piovere richieste di rimborso in tale quantità da far capire a chi ha concepito questo provvedimento sciagurato che, in questo modo, la finanza pubblica perde subito un sacco di soldi e che è più saggio riconsiderare le norme.

Quella delle pensioni è una materia delicata.
Viene sempre più da pensare che alla difficoltà di accedere alla pensione venga attribuita una funzione "disciplinare" per dirla con Foucault.
Verrebbe da dire, di controllo delle masse.

Ci si chiede invece perché non si scelga un approccio più diversificato alla questione delle pensioni e, più in generale, della finanza pubblica.
Chi scrive, pur non avendo un reddito superiore ai novantamila euro avrebbe preferito pagare un contributo di solidarietà piuttosto che subire questa trasgressione di elementari regole che disciplinano il consenso tra due parti. Inoltre, in linea di principio, non vede le tasse solo come uno spauracchio da evitare, ma come il fondamento di una società civile.
Sulla materia delle pensioni, in particolare si sentirebbe di suggerire il seguente meccanismo.

Perché non consentire al lavoratore di incrementare volontariamente l'importo della sua contribuzione mensile esclusivamente per la quota a suo carico consentendogli, in proporzione al maggior importo versato (che entra subito nelle casse dello Stato), di andare un po' prima in pensione? (E questo non subito ma a medio termine, diciamo fra dieci anni).

Si potrebbe osservare che ciò sarebbe una scelta praticabile, senza grosso sacrificio, solo per chi vanta retribuzioni più alte. Saremmo di fronte dunque a un meccanismo discrminatorio.
Ma a questo rispondiamo che, generalmente, le retribuzioni più alte si percepiscono quando si è piuttosto avanti nella carriera.

Dunque, consentire ai soggetti di detta categoria di uscire prima dal mondo del lavoro  produrrebbe due effetti di grande portata sociale:
  • libererebbe posizioni apicali nelle aziende offrendo prospettive di carriera a chi è più indietro,
  • libererebbe posizioni di lavoro tout court permettendo di accedere  finalmente al mondo del lavoro a un maggior numero di giovani.

Non ricorriamo al solito argomento secondo cui chi se ne va in pensione non abbastanza vecchio, di fatto non libera posti per i giovani perché spesso si rioccupa!
Questo era vero venti o più anni fa  quando, se avevi iniziato a lavorare a quattordici anni e avevi trentacinque anni di contributi, potevi andare in pensione a quarantanove anni.

Ora i lavoratori precoci son sempre meno e con trentacinque anni di contributi non si va più in pensione.
Dunque se ora versi qualcosa in più di contributi, hai riscattato la laurea o, come un fesso, hai fatto il servizio militare e cerchi di andare in pensione a sessantadue o sessantatré anni anziché a sessantasette, quando ci vai, ci stai veramente in pensione e non hai nessuna voglia di rubare il lavoro a un giovane.

Fai il nonno felice prima di essere totalmente disfatto e svolgi a costo zero (è bene sottolinearlo per i soliti gretti) anche una funzione sociale verso nipoti, nuore e quanti altri vedono diminuire sempre più i servizi a loro offerti dalla collettività.