martedì 30 agosto 2011

BIDONATI EX SOLDATI E LAUREATI

La manovra di governo per cercare di adeguare l'Italia ai parametri dettati dell' Unione Europea ha deciso di rendere non utilizzabili, ai fini del raggiungimento dell' anzianità contributiva necessaria per andare in pensione, i contributi da servizio militare e quelli da riscatto della laurea.



E' una beffa per chi ha servito la Patria e per chi ha investito su se stesso cercando di dotarsi di requisiti culturali migliori.

Viene da pensare che coloro che servivano la patria senza farsi raccomandare per schivare la leva e coloro che si consumavano il sedere a studiare sono stati ritenuti soggetti che danno buone garanzie di essere persone disciplinate che oggi non faranno gazzarre davanti a Montecitorio o a Palazzo Madama.

Si dirà: da qualche parte dovevano pur colpire, non può essere che ogni categoria presa di mira abbia sempre qualcosa da ridire.
E' vero, però la scelta è stata fatta passare come se si trattasse di togliere un privilegio a chi veniva mandato prima in pensione  praticamente gratis.
E questo non è vero.

Sul servizio militare si deve osservare che un tempo si diceva che fosse un anno perso per la vita lavorativa di un giovane. E ciò sembrava un po' qualunquistico e di scarso senso civico. Ci si consolava considerando che almeno però serviva ad andare prima in pensione. Se pensiamo che era "una proposta che non si poteva rifiutare", era un buon compromesso che oggi si rescinde unilateralmente.
Dunque il messaggio che si manda è: avevano ragione i qualunquisti, ebbene sì, era un anno perso per la vita lavorativa.

Sulla laurea, le obiezioni hanno un fondamento ancora più consistente.

La laurea non è sacro dovere del cittadino come la naja, però per riscattarla ai fini della pensione si paga (per la naja comunque si pagava fino all'87). E si paga tanto!
Questo dovrebbe essere un argomento più comprensibile alla nostra classe dirigente alla quale, come è noto, argomenti più raffinati sfuggono.

Inoltre, già durante gli anni di università lo studente ha pagato tasse universitarie e comprato libri gravati, come ogni bene, dall'IVA. Perché far passare la sua andata in pensione con alcuni anni di anticipo come una furbata, come un regalo elargito da uno Stato non abbastanza rigoroso?
In qualsiasi rapporto negoziale non si cambiano le carte in tavola uliateralmente depotenziando, in corso di applicazione dell'accordo, la prestazione a cui ha diritto un contraente per quel che ha versato.

Sarebbe come se una Compagnia di Assicurazione Auto mi dicesse: amico mio, hai pagato il premio per la Responsabilità Civile e quello per il furto, ma oggi, per problemi gestionali miei, ti indennizzo solo se fai un tamponamento, mentre se ti fregano la macchina ti attacchi. Ah, ma naturalmente i soldi che mi hai versato per tutte e due i rischi me li tengo".
Non sappiamo quanto sopravviverebbe un Compagnia del genere...

Con dei buoni avvocati, chi alla luce delle nuove norme non veda l'utilità del riscatto laurea ai soli fini della misura della pensione che prenderà più tardi di come immaginava quando pagò, potrebbe agire in giudizio per la restituzione di quanto versato agli enti previdenziali. In fondo la sua era stata una libera scelta sulla base delle prospettive che venivano offerte in quel momento. Se tali prospettive non vengono più offerte, le più elementari regole negoziali devono consentire la revisione di quanto pattuito in tema di obbligazioni reciproche.

Dovrebbero piovere richieste di rimborso in tale quantità da far capire a chi ha concepito questo provvedimento sciagurato che, in questo modo, la finanza pubblica perde subito un sacco di soldi e che è più saggio riconsiderare le norme.

Quella delle pensioni è una materia delicata.
Viene sempre più da pensare che alla difficoltà di accedere alla pensione venga attribuita una funzione "disciplinare" per dirla con Foucault.
Verrebbe da dire, di controllo delle masse.

Ci si chiede invece perché non si scelga un approccio più diversificato alla questione delle pensioni e, più in generale, della finanza pubblica.
Chi scrive, pur non avendo un reddito superiore ai novantamila euro avrebbe preferito pagare un contributo di solidarietà piuttosto che subire questa trasgressione di elementari regole che disciplinano il consenso tra due parti. Inoltre, in linea di principio, non vede le tasse solo come uno spauracchio da evitare, ma come il fondamento di una società civile.
Sulla materia delle pensioni, in particolare si sentirebbe di suggerire il seguente meccanismo.

Perché non consentire al lavoratore di incrementare volontariamente l'importo della sua contribuzione mensile esclusivamente per la quota a suo carico consentendogli, in proporzione al maggior importo versato (che entra subito nelle casse dello Stato), di andare un po' prima in pensione? (E questo non subito ma a medio termine, diciamo fra dieci anni).

Si potrebbe osservare che ciò sarebbe una scelta praticabile, senza grosso sacrificio, solo per chi vanta retribuzioni più alte. Saremmo di fronte dunque a un meccanismo discrminatorio.
Ma a questo rispondiamo che, generalmente, le retribuzioni più alte si percepiscono quando si è piuttosto avanti nella carriera.

Dunque, consentire ai soggetti di detta categoria di uscire prima dal mondo del lavoro  produrrebbe due effetti di grande portata sociale:
  • libererebbe posizioni apicali nelle aziende offrendo prospettive di carriera a chi è più indietro,
  • libererebbe posizioni di lavoro tout court permettendo di accedere  finalmente al mondo del lavoro a un maggior numero di giovani.

Non ricorriamo al solito argomento secondo cui chi se ne va in pensione non abbastanza vecchio, di fatto non libera posti per i giovani perché spesso si rioccupa!
Questo era vero venti o più anni fa  quando, se avevi iniziato a lavorare a quattordici anni e avevi trentacinque anni di contributi, potevi andare in pensione a quarantanove anni.

Ora i lavoratori precoci son sempre meno e con trentacinque anni di contributi non si va più in pensione.
Dunque se ora versi qualcosa in più di contributi, hai riscattato la laurea o, come un fesso, hai fatto il servizio militare e cerchi di andare in pensione a sessantadue o sessantatré anni anziché a sessantasette, quando ci vai, ci stai veramente in pensione e non hai nessuna voglia di rubare il lavoro a un giovane.

Fai il nonno felice prima di essere totalmente disfatto e svolgi a costo zero (è bene sottolinearlo per i soliti gretti) anche una funzione sociale verso nipoti, nuore e quanti altri vedono diminuire sempre più i servizi a loro offerti dalla collettività.


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