Certo, a tutti piacerebbe un quadretto idilliaco in cui sono presenti e si iscrivono solo eventi che corrispondono al proprio gusto, al proprio immaginario.
Ma la realtà è la realtà.
Quanti di noi, almeno una volta, non hanno provato un moto di fastidio per essere stati importunati dal venditore o dal lavavetri di colore, anche senza essere razzisti? Tutti avevamo immaginato, grazie al tenore di vita visto crescere negli anni ’60 e ’70, il giorno del definitivo superamento generalizzato delle condizioni di marginalità così “antiestetiche”, così scomode e, perché no, così sgradevoli. Questa prospettiva conteneva un solo errore: limitarsi al nostro Paese.
C’è invece la gran parte del mondo a spese della quale l’Occidente è andato avanti e grazie alla quale ha potuto crescere.
Ora questa parte cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Perché il mondo è uno. E’ uno in modo più evidente grazie alle connessioni rese possibili proprio dal progresso tecnologico occidentale dovuto all’opulenza conseguita a spese del sud del mondo.
Francesco Patierno, rendendo in immagini i mugugni e i desideri di tanta gente e di tanti politici ansiosi di restituire l'Italia agli italiani rappresenta nel film "Cose dell’altro mondo" coloro che non hanno compreso questo meccanismo.
Diego Abatantuono interpreta un grintoso e arrogante industriale del nord est che dalla sua tv predica infatti il ritorno a casa di chiunque non abbia sangue italiano. Valerio Mastandrea, un poliziotto romano, è d'accordo con questa visione per ragioni personali poiché la sua ex è incinta di un uomo di colore.
Ma un giorno succede quello che viene auspicato nel sogno di questi nostri emblematici connazionali: scompaiono i badanti, gli anziani vagano abbandonati, le fabbriche e le scuole si svuotano, bar e ristoranti perdono i pezzi. Gli "altri" non ci sono più, siamo rimasti solo "noi".
Che dire, sembra una punizione dantesca.
Hai voluto esageratamente questo? Te lo do al massimo grado e per sempre.
Sarebbe meglio prendere le differenze etniche come si prendono le diversità di colore di capelli e di occhi fra i cosiddetti Italiani d.o.c.
Capisco che si possa avere poche cose in comune con persone così diverse, ma anche fra Italiani si può avere poche cose in comune: la squadra del cuore o addirittura la stessa passione per il calcio, il partito politico, il mare o la montagna, la propensione a pagare le tasse o meno.
Tutto sommato, fino ad ora, siamo stati molto più tolleranti verso chi non paga le tasse che verso gli immigrati.
Non saremo fessi?
Mah, cose dell’altro mondo!
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